Coachella Music Festival 2004
Coachella Music Festival 2004

L’edizione del 2004 del Coachella è stata memorabile, almeno, per i nostri gusti, impareggiabile!
E’ la prima volta che andiamo ad un festival di quelle dimensioni e di fama internazionale, e veniamo travolti dalla grandiosità dell’evento!

Svariati palchi, da quelli più grandi ad altri più intimi, all’aperto o in tendoni (che col clima dell’entroterra californiano, te li raccomando! Dopo pochi minuti sembra di essere in un bagno turco!).

Alla sua quinta edizione, con nomi del calibro di Pixies, Radiohead, Cure, il Coachella registra quest’anno il sold out.

Circa 60.000 persone, noi compresi, a sfidare il caldo che si aggira sui 40° il primo giorno, accalcandosi sulla collinetta erbosa dell’Empire Polo Fields (lo stesso terreno dove si giocano i famosi mondiali di tennis).

Partiamo con un set acustico di Beck – che gioca più che suonare, letteralmente, visto che fa ascoltare anche un pezzo da lui composto con il game boy! Che abbia voglia di sperimentare lo si capisce anche dai pezzi che sceglie per la sua esibizione: quasi la metà sono cover, da Daniel Johnston (True love will find you) ai Korgis (Everybody’s got to learn sometime), per chiudere con i Kinks di Nothin’ in the world can’t stop me worrin’ ‘bout that girl). Il tutto si svolge in una piccola tenda alle 4 del pomeriggio: la ressa è già tanta che per entrare ed uscire si forma un ingorgo di massa!

Poco più tardi la tenda Mojave, un po’ più grande della precedente, trabocca di gente per gli Stereolab, nel loro primo tour dopo la tragica morte della tastierista /cantante Mary Hansen: restiamo tutti ammaliati dalla loro miscela di elettro-pop super accattivante (tra gli altri, suonano alcuni dei loro pezzi più noti, tra cui Cybele’s Reverie e Double Rocker) .

A seguire, ci spostiamo all’aperto per assistere ad un evento epico: l’unica apparizione dal vivo mai avvenuta dei Desert Sessions, collettivo musicale che raccoglie artisti della cosiddetta “Palm Desert Scene“, capeggiato da Josh Homme, dei Queen Of the Stone Age (assurto alle cronache in anni recenti per il tragico evento del Bataclan di Parigi), insieme ad altri del calibro di Mark Lanegan e PJ Harvey. Durante il concerto ci sono apparizioni di Joan Jett e di Brody Dalle dei Distillers. Sebbene sia la prima volta che suonano insieme dal vivo, la carica che mettono in ogni pezzo, unita all’abilità dei musicisti, ne fanno un concerto da 10 e lode.

Prima degli headliner, i veri headliner nel cuore di molti, il motivo per cui tanti (noi compresi) siamo qui: la tanto agognata reunion dei Pixies! Sarà forse nata come operazione commerciale per tirare su qualche soldo, ma la voglia e l’energia che la band mette sul palco sono incredibili! In un primo momento sembrano quasi stupiti ed intimoriti dall’entusiasmo con cui la folla li acclama, ma dopo qualche battuta questo entusiasmo dà loro la carica per un concerto memorabile. In un’ora ininterrotta e interminabile (nel senso buono) snocciolano 20 pezzi cult: Monkey Gone to Heaven, Here Comes Your Man, Where is my mind, Gigantic, Caribou, Wave of mutilation, Bone machine ed altri ancora. Adrenalina allo stato puro.

Una specie di juke box dal vivo, ma con una carica da rovesciare il palco! Per i pochi fortunati che, come noi, sono riusciti ad accaparrarselo, dell’evento vendono persino, a fine serata, un instant-cd! Il popolo del Coachella è in visibilio!

Gli headliner ufficiali della serata, i Radiohead, si esibiscono anche loro in un set con diversi classici, tra cui Paranoid Android, National Anthem, Karma Police e Creep durante i bis, di fronte anche qui ad un nutritissimo stuolo di fan adoranti. Noi però ci stiamo ancora riprendendo dall’onda d’urto dei Pixies ed assistiamo al concerto in buon’ordine dalle retrovie.

I più avventurosi si spostano poi, per un set quasi notturno (per fortuna a quel punto le temperature si sono fatte un po’ più clementi) nella Sahara tent per i Kraftwerk.

Gli antenati tedeschi della musica elettronica non deludono chi è riuscito a guadagnarsi un posto all’interno del tendone. Il gruppo attinge dal materiale della sua trentennale carriera, tra cui The Man Machine, Computerworld, Radioactivity e Musik non stop: novanta intensissimi minuti accompagnati da suggestivi visuals!

Il secondo giorno dopo esserci goduti anche un po’ il complesso del Marriott, con un giro nei dintorni ed un tuffo in piscina, partiamo per il festival e al crepuscolo ci attendono i “nostri” Belle & Sebastian (io ed Ale ne siamo fan della prima ora, visti in giro per il mondo quasi 20 volte ormai, dal 2001 ad oggi), che come al solito creano un clima allegro e festoso con la loro performance live.

Ai 10 e più membri della band che si esibiscono sul palco si affianca il pubblico sotto il palco (con qualche incursione anche sopra), cantando e ballando con il sole che tramonta all’orizzonte dietro le palme. Non è la prima volta che i Belle & Sebastian si esibiscono al Coachella, anzi, io mi ero incuriosita ed avevo sentito parlare del Festival proprio attraverso un video di una loro performance dal vivo qui ad Indio, anni prima.

Suonano 10 pezzi, per lo più dall’ultimo album, Dear Catastrophe Waitress, del 2003 (Step Into My Office, Baby, You Don’t Send Me, If You Find Yourself Caught in Love, Roy Walker, Stay Loose) e una manciata di altri brani “classici”. In chiusura, il sempre favoloso da ascoltare live, Sleep the Clock Around, dove la timida Sarah Martin non fa rimpiangere Isobel Campbell nel sublime duetto con Stuart Murdoch.

Poco dopo i Belle & Sebastian si avvicendano sul palco con un altro dei gruppi di cui siamo assidui frequentatori dal vivo, i Flaming Lips del bizzarro Wayne Coyne da Oklahoma City.

E’ la prima volta che, tra travestimenti da animali, finto sangue versato su un pupazzetto di suora che fa cantare con la mano al posto suo in falsetto ed altre amenità, vediamo Wayne fare una cosa straordinaria: fa gonfiare una palla trasparente gigante, ci si infila dentro e…udite udite….si butta nel pubblico! Incredibile!
Tra siparietti, vecchie canzoni (Race for the prize) e altre più recenti (Yoshimi Battles the Pink Robots, Pt. 1, dall’omonimo album del 2002), il concerto procede a vele spiegate. Coyne intona persino uno speciale Happy Birthday dedicato a Marissa Ribisi, fresca di matrimonio con Beck, che si era esibito la sera prima, nonchè sorella gemella dell’attore Giovanni Ribisi.
Il tutto culmina in un grido all’unisono, sul palco e sotto, guidati da Wayne che indossa una gigantesca mano di gommapiuma, che suona più o meno così: “Fuxxx Bush” (edulcorato poi in un più sobrio “STOP Bush”). Wow!

Dopo questo tripudio di pazzia escono i sedatissimi Air, il cui elettro-pop francese risulta un tantino piatto al cospetto di chi li ha preceduti…

The Cure Coachella 2004

E per finire, un classico della nostra adolescenza, che ci faceva sentire “cupi” e ribelli, riemerge un po’ impolverato dal baule della storia: i Cure, di un Robert Smith che è il vampiro di se stesso (il che è piuttosto inquietante, pensando che già ai suoi esordi non è che brillasse per l’aspetto fresco!).
Sale sul palco e, complice la lontananza, ci godiamo i brani sia dall’album più recente che una serie di vecchie hit, da Love Song a Just Like Heaven, passando per Boys don’t Cry al più atmosferico Fascination Street e From the Edge of the Deep Green Sea.

JW Marriott Desert Springs Resort & Spa
74-855 Country Club Dr., Palm Desert, CA 92260, USA

si dorme!

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